Jenne 9 Mag 2026 – Oggi ricorre l’anniversario di una pagina buia per la nostra istituzione Repubblicana. Nelle istituzioni dunque a distanza di 48 anni, si deve riflettere. La storia recente porta segni di un dolore ancora vivo, come l’uccisione dello statista Aldo Moro. Ricordare, approfondire, serve per onorarne la memoria, per non dimenticare e per riaffermare sempre di più il ruolo della pace e del dialogo che deve prevalere sempre su tutto.
Il 9 maggio del 1978 non fu soltanto il giorno in cui l’Italia vide il corpo di Aldo Moro abbandonato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani. Fu il giorno in cui la Repubblica scoprì di aver smarrito sé stessa. La geometria simbolica di quella strada — a metà tra le sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano — era il macabro sigillo politico delle Brigate Rosse: non solo un assassinio, ma una sentenza storica contro l’idea stessa di mediazione, dialogo, compromesso democratico.
Eppure, a quasi mezzo secolo di distanza, non è il clamore della politica a ferire ancora. È la voce privata di Moro. Quella lettera che Aldo Moro scrisse a sua moglie Eleonora Chiavarelli — “Noretta” — resta uno dei documenti più sconvolgenti della storia italiana contemporanea. Non un manifesto politico, non una requisitoria ideologica: il testamento umano di un uomo che comprende di essere stato lasciato solo.
La grandezza tragica di questa lettera sta proprio nella sua nudità. Moro non scrive da statista; scrive da marito, da padre, da uomo che sente avvicinarsi la fine. E tuttavia, anche nella disperazione, non smette di ragionare politicamente. È qui che il testo assume una potenza quasi dostoevskiana: l’intimità familiare e il giudizio storico si fondono senza retorica.
“Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento.”
In questa frase c’è tutta la frattura morale del caso Moro. Non soltanto il dolore dell’abbandono, ma la consapevolezza di essere diventato sacrificabile. Moro comprende che la “linea della fermezza” non è più soltanto una strategia dello Stato contro il terrorismo: è la decisione politica di non salvarlo.
Da qui nasce la definizione più terribile e più vera: “uno statista morto per lo Stato”.
Perché Moro non venne ucciso soltanto dalle Brigate Rosse. Venne consumato da una ragion di Stato che scelse di non piegarsi alla trattativa, trasformando la sua vita in un principio astratto.
La lettera, però, supera perfino questo. Ciò che continua a togliere il respiro è la sproporzione tra la violenza del contesto e la tenerezza delle parole. Mentre il mondo attorno a lui discute di strategie, equilibri internazionali, stabilità della NATO e precedenti politici, Moro parla di capelli, carezze, bambini, case condivise, mani.
“Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli.”
È probabilmente una delle frasi più devastanti mai scritte nella storia politica italiana. Perché lì cade ogni distanza tra il potere e la fragilità umana. Il presidente della Democrazia Cristiana, il professore, il tessitore del compromesso storico, torna semplicemente padre. Uomo. Corpo che ama altri corpi. Memoria che teme di sparire.
E in quel “volto per volto” c’è una precisione quasi fisica dell’addio. Moro non consegna idee: consegna presenze. È il linguaggio di chi cerca disperatamente di restare vivo nel ricordo concreto delle persone amate.
Colpisce anche il rapporto con la fede. Moro non bestemmia il destino, non cede all’odio assoluto. Ma la sua religiosità è attraversata dal dubbio e da una stanchezza metafisica che rende tutto ancora più umano.
“Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.”
Qui non parla il leader cattolico. Parla un uomo terrorizzato dall’ignoto, che spera nella luce ma non riesce più a vederla chiaramente. È una frase di una modernità impressionante: non la certezza della fede, ma il desiderio della speranza.
E poi c’è quel passaggio durissimo:
“Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.”
Il riferimento è a Papa Paolo VI, amico personale di Moro. Anche qui non c’è rabbia gridata, ma una delusione sommessa, quasi più dolorosa. Moro misura il silenzio di tutti: degli amici, del partito, delle istituzioni, persino della Chiesa. È il bilancio finale di una solitudine.
Eppure la lettera non implode mai nel rancore. Questo è il suo tratto più sconvolgente. Moro non diventa cinico. Continua ad amare. Continua a preoccuparsi degli altri più che di sé stesso. Persino nell’ultima postilla:
“Luca no al funerale.”
Un padre che, mentre aspetta la morte, pensa ancora a proteggere un figlio dal trauma.
In questo sta la dimensione quasi cristologica della vicenda Moro: non nell’agiografia politica costruita dopo, ma nella sua esposizione inerme al sacrificio. Leonardo Sciascia, nel suo straordinario L’affaire Moro, intuì prima di molti che durante quei 55 giorni lo Stato italiano smise di ascoltare la persona concreta Moro per difendere l’astrazione “Moro”. Il prigioniero reale divenne imbarazzante perché troppo umano, troppo lucido, troppo disperato. Le sue lettere furono liquidate come “non autentiche”, “dettate”, “psicologicamente alterate”. Era il modo più semplice per non ascoltarle.
Ma oggi quelle parole restano. E resistono.
Perché non appartengono più soltanto alla storia italiana: appartengono alla coscienza morale di un Paese.
La Renault 4 di via Caetani fu il luogo fisico della morte di Moro.
Questa lettera, invece, è il luogo dove continua a vivere.
Il testo integrale della lettera:
Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione.
Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli.
Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso.
È poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato.
Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi.
Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani.
Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo.
Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto anto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni.
Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.
P.s. Tutto sia calmo. Luca no al funerale.
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